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Aprile 01, 2020

anny bonsai buddha san valentino min

 

Buddha, aiutami a spiegare il BONSAI

 

La brutta avventura di un albero-lilliput finito nelle mani di una signora che, ignorando la sua storia millenaria, ha tentato di cambiargli la “vita”. Infatti, il malcapitato ha esalato l’ultimo respiro…

 

di Anny Pellecchia

 

Ecco, l’immaginavo, l’ennesimo cadavere sul bancone! La cliente: «Signora, mi aiuti, c’è qualcosa che può fare per il mio amato bonsai?».

La pianta è completamente disidratata, irrimediabilmente morta. Accarezzandola e dandole l’“estrema unzione” chiedo, già conoscendo la risposta: «La teneva all’interno?» – «Sì certo, in salotto, perché?».

Adesso come faccio in cinque minuti a spiegarle la storia millenaria estetico-filosofica-religiosa di questi lillipuziani alberi orientali? Per fortuna, se così vogliamo dire, le cose vanno anche diversamente. «Lei non ha idea di come sta bene il mio bonsai; è diventato gigantesco. Io, poi, l’ho anche travasato e che doveva fare in quel piccolo vasetto, se lo vedesse adesso!».

«Immagino signora». Alzo gli occhi al cielo: «Grande Buddha vienimi tu in aiuto!».

Come dice Gianfranco Giorgi, uno tra i maggiori esperti del settore in Italia: «Creare o curare un bonsai non significa solo coltivare una pianta in vaso, ma coltivare, assieme ad essa, il proprio spirito. Il vero bonsaista è colui che si diverte e arricchisce il bagaglio delle proprie esperienze attraverso il tempo». Appunto, il tempo, questo significa che, se si va in vacanza, caro uomo occidentale, il bonsai te lo porti appresso o va lasciato in mani fidate. Se poi, lo vuoi tenere in salotto organizzi la famosa “cerimonia del caffè” (versione italiana dell’originale orientale del the – NdR), mentre la caffettiera è sul fuoco, il bonsai da fuori al balcone o giardino viene portato momentaneamente in salotto, poggiato sul tavolo insieme alle tazzine, si chiacchiera o si medita. Una volta che il caffè è pronto, contemplando il bonsai e sorseggiando il liquido aromatico dalla bollente “tazzulella”, sicuramente un pensiero filosofico prenderà vita!

«Il bonsai, cara cliente, è un piccolo albero, il fatto che viva in un vaso non significa che può vivere in appartamento. Lei ha mai visto un albero di quercia, acero, olivo, vivere in casa?» – «Ma me l’ha regalato l’imperatore della Cina, sicuramente l’avrà pagato un sacco di soldi, perché lo devo tenere fuori al balcone e non nel mio salotto d’oro e d’argento?».

Maestro Masahiko Kimura, mi presti un filo metallico così che io possa attuare sulla signora la tecnica estrema Nejikan (tronco avvolto)? Non è finita qui, arriva davanti al bancone ormai tramutatosi in palcoscenico, anche l’ecologista fai da te: «A me i bonsai non piacciono. Gli uomini sono mostri, riducono con chiodi, fili metallici, bisturi e forbici le povere piante come “Frankenstein della botanica”!». Bello scontro diplomatico occidente-oriente di fronte ad un bonsai! Ma se ribaltassimo l’idea della tecnica bonsai sui nostri comportamenti? In altre parole, quando non si schiavizza per forza, si può schiavizzare per amore? Lo studioso Yi-Fu Tuan, nel suo libro “La Natura forzata”, partendo dal bonsai mette gli esseri umani sotto una lente d’ingrandimento, esponendo la tesi del “dominio giocoso”, un particolare esercizio di potere che ha come risultato la creazione di “piccoli beniamini”.

L’amore è divoratore: ciò che amiamo, desideriamo farlo nostro. Anche la mamma più amorevole o l’animalista più attento può peccare di dominio. Per chi detiene il potere, la tentazione di ridurre i propri beniamini, che essi siano piante, animali o esseri umani, non è poi così difficile. Con la parola amore o affettività possiamo mitigare il dominio, addolcendolo, rendendolo più accettabile. Purtroppo l’affettività stessa è possibile solo in un rapporto di disuguaglianza. «È quel sentimento di colore misto a superiorità che si prova nei confronti di qualcosa di cui ci prendiamo cura e che proteggiamo».

Se sommiamo la cura più il potere, più il dominio, il risultato siamo noi esseri umani che determiniamo ogni giorno i maggiori cambiamenti, nel bene e nel male.

Ma allora io sono la carceriera del mio cane maremmano e delle mie piante? Non sono felici come pensavo? Né l’uno né le altre sono libere. Il cane non può correre libero nelle montagne della Maremma, accoppiarsi quando vuole, e così le piante, potate e costrette a vivere dove io decido. E col bonsai come la mettiamo? Buddha allora che ci dici? Qual è il tuo consiglio? «Il tuo compito è scoprire qual è il tuo dovere e dedicarti ad esso con tutto il tuo cuore».

Assolti per vero amore, allora! Speriamo bene!

Buon S. Valentino a tutti.

 

[Tratto da IL FLORICULTORE, Gennaio-Febbraio 2013]

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

       

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